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150_anniLa mostra iconografica sul periodo pre e post unitario ripercorre gli anni che precedono e che seguono l'Unità d'Italia con l'ausilio delle stampe tratte dal fondo Wołyński.

Orari di apertura mostra:

12 aprile – 15 aprile: 15.00-18.30

16 aprile – 31 dicembre: 11.30-12.30

 

galleria delle immagini


Artur Wolynski (1844-1893) di Anna Alloro

wolinski

Artur Wołyński nasce a Słuzewo (Varsavia) il 9 febbraio 1844. Impegnato nella lotta politica fin da giovanissimo, fallita la sollevazione polacca del 1863 e condannato a morte, è costretto a riparare all’estero, prima in Francia e poi in Italia dove, ripresi gli studi, si laurea nel 1868 in filosofia e legge al Collegio Romano. Espulso dallo Stato pontificio per alcuni suoi scritti politici, si trasferisce a Firenze dove approfondisce gli studi su Copernico. Dopo lunghe pratiche riesce ad ottenere nel 1882 alcune stanze a Roma dove collocare la sua collezione di cimeli copernicani, all'interno del Collegio Romano. Dopo la realizzazione del Museo, Wolynski si prodiga per la creazione di un centro di cultura polacca che serva come punto di incontro per i compatrioti esuli in Italia, individuando nella Biblioteca Casanatense il luogo più idoneo per ospitare i libri e i documenti di storia e letteratura polacca che è andato raccogliendo nel corso degli anni. Nel 1888 offre la sua raccolta alla Casanatense che, ottenuta l’autorizzazione da parte del Ministero della Pubblica Istruzione, la accetta. Il fondo viene inventariato e catalogato da Francesco Ciaglinski nel 1892, ed attualmente ha trovato degna sistemazione in un locale adiacente al Salone monumentale dove, al di sopra dei palchetti che contengono la sua Biblioteca Polacca è stato collocato il busto in gesso di Artur Wolynski. Lo studioso polacco muore nella sua abitazione romana di via Panisperna, a causa di una broncopolmonite, il 29 aprile 1893 a soli 49 anni e viene sepolto al Cimitero del Verano.

Il materiale librario del fondo annovera le opere dei più rappresentativi poeti, filosofi e storici polacchi. Sono inoltre presenti alcune edizioni di pregio quali un S.Tommaso d’Aquino edito dai Giunta nel 1530, un Cicerone stampato dal Grifio nel 1552, alcuni scritti di Socino stampati a Cracovia nel 1611-1612. La raccolta di stampe, per la maggior parte litografie estratte da giornali dell’epoca, ordinate dallo stesso Wolynski, presenta ritratti e immagini di episodi storici, sociali e mondani dell’Ottocento europeo e mondiale.


 

Fatti e Ritratti: l’Unità d’Italia nelle stampe del Fondo Wolynski di Anna Alloro

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Nel clima generale dei festeggiamenti con i quali quest’anno si celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia, la Casanatense, attingendo al fondo Wolynski, intende offrire una galleria di immagini utili ad illustrare le figure e gli episodi che hanno reso possibile, attraverso le battaglie risorgimentali, la nascita e il consolidamento del Regno d’Italia. Molte delle stampe scelte per questa sezione sono tratte da L’Illustrazione Italiana, prestigiosa rivista settimanale, pubblicata a partire dal 1873 a Milano dall’editore Emilio Treves, che ne è anche il primo direttore. Nell’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento la rivista ottiene un gran successo negli ambienti della media ed alta borghesia, grazie alla qualità degli articoli e delle illustrazioni, affidate ad artisti di primo piano e realizzate da incisioni in legno che consentono di ottenere immagini ad alta definizione. Non manca comunque, nella raccolta Wolynski, la testimonianza di altre testate ottocentesche, come L’Illustrazione Popolare, L’Illustrazione per tutti, L’Epoca. L’attenzione particolare e l’ampio spazio dedicato al passato della nazione italiana, passato recente è vero, ma pur sempre passato, dimostra come le figure e gli avvenimenti del Risorgimento italiano sono state vissute dall’immaginario collettivo e popolare fin da subito come eroiche e degne di essere celebrate e ricordate. Il percorso si apre con la vicenda umana e politica di Giuseppe Garibaldi, la cui figura si staglia come quella dell’eroe per eccellenza nel giudizio di un contemporaneo, Edmondo De Amicis. E poi via via altri personaggi, noti a tutti fin dall’infanzia: Vittorio Emanuele II, “re galantuomo” e “padre della patria”, il papa Pio IX, il re Umberto I, uomini che, spesso intrecciando le loro vite, hanno segnato con le idee, le scelte e le azioni la storia del nostro Paese.

Figurano nella sezione anche gli avvenimenti significativi del Risorgimento: alcune battaglie delle guerre d’indipendenza, l’incontro di Teano che conclude la spedizione dei Mille, la breccia di Porta Pia che consegna finalmente Roma all’Italia. Sono inoltre illustrati i rapporti dei re sabaudi con i monarchi europei, soprattutto austriaci e tedeschi, raffigurati sulle pagine delle riviste italiane nel fitto intreccio di scambievoli, rutilanti e sontuose visite ufficiali atte a rinsaldare i rapporti di amicizia e a favorire la nascita di accordi e alleanze. Infine sono esposti i ritratti di alcuni fra i politici che hanno dato vita ai governi del Regno d’Italia nei primi quarant’anni, rappresentanti della “Sinistra” e della “Destra storica”. E così, attraverso le illustrazioni raccolte e conservate dallo studioso polacco rivive, pur se in maniera episodica e frammentaria, l’epopea di un popolo e di una nazione, sotto la specie di “fatti e ritratti” attinenti al tema del Risorgimento e dell’Unità d’Italia.


Un musicista a corte: Giovanni Sgambati e la regina Margherita di Rita Fioravanti

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Compositore, direttore d’orchestra e straordinario pianista, Giovanni Sgambati (Roma, 1841-1914), fu uno dei maggiori artefici della rinascita della musica sinfonica e da camera in Italia tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento. Caduto il potere temporale dei papi, un clima di fervido cambiamento culturale, oltre che politico, investì Roma, capitale del regno. L’intesa tra il musicista e la nuova classe politica, impegnata ad assicurarsi anche il consenso degli intellettuali, fu immediata. Sgambati ricevette il sostegno più prestigioso e autorevole alla sua attività di divulgazione e promozione della musica strumentale proprio dalla corte sabauda e segnatamente dalla regina Margherita. Vera appassionata di musica e ottima dilettante dell’esecuzione musicale, Margherita contribuì in maniera determinante a modificare gli orientamenti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia che, seguendo l’esempio della sovrana, si aprirono alla musica sinfonica e cameristica europea, specie tedesca, fino a quel momento poco nota in Italia. Il 28 marzo 1881, per la prima volta nella storia, al Palazzo del Quirinale fu organizzato un concerto: sul podio fu chiamato Sgambati, che diresse l’Ouverture del Coriolano di Beethoven, autore prediletto della regina, e la Sinfonia in re per grande orchestra, composizione dello stesso Sgambati dedicata alla sovrana. Margherita invitò poi a esibirsi alla reggia la Società del Quintetto fondata dal musicista nel 1881. Nel 1893 il complesso musicale assunse il nome di Quintetto della Corte di Sua Maestà la Regina.

Le manifestazioni al Quirinale proseguirono assidue fino al 9 luglio 1900; dopo la morte di Umberto I ripresero il 13 giugno 1904 a Palazzo Margherita in Via Veneto (Palazzo Boncompagni o Piombino, oggi sede dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America), nuova residenza della regina madre. Quasi tutti i documenti esposti nella sezione provengono dell’Archivio Giovanni Sgambati conservato in Casanatense. Il prestigioso fondo è stato acquistato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali all’asta Christie’s di Roma del 13 dicembre 1994. scarica il testo completo


Adolfo Matarelli: la satira e il Risorgimento di Elena Petroselli

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Adolfo Matarelli, famoso vignettista fiorentino autore di 40 delle 51 caricature presenti nel Fondo Arturo Wolynski, fu un artista poliedrico e versatile, protagonista dei principali fogli umoristici del tempo nonché collega e amico di personaggi di spicco come Carlo Lorenzini, meglio noto come Collodi, e Telemaco Signorini. È a lui che dal 1860 si deve la fortuna e la popolarità del giornale Il Lampione: le sue caricature erano proverbiali, da esse si coglie l’immaginario culturale che animava i patrioti italiani, le opinioni, i sentimenti, le speranze e le delusioni di un’epoca che ha creato la base culturale dell’identità italiana. Le vignette di Mata, pseudonimo dell'artista fiorentino, sono immediate ma curate allo stesso tempo, dotate di una ricercatezza estetica senza sofismi.

Alcune vignette satiriche provenienti dal Fondo Wolynski attestano la fitta rete di reciproci rimandi, riferimenti, influenze e polemiche che legò la stampa periodica, le vignette satiriche e le questioni politiche risorgimentali. La stampa periodica, infatti, fu la forza motrice e il luogo di dibattito dei movimenti nazionali e la sua carica emotiva si espresse soprattutto attraverso la satira; non è un caso che il Risorgimento sia stato l’epoca d’oro della caricatura italiana, poiché la volontà di cambiare le cose e lo spirito di ribellione sono la linfa vitale di questa forma d’arte spesso poco considerata. Ancor più delle altre tipologie di stampa periodica, furono proprio i giornali umoristici a svolgere un ruolo fondamentale nel preparare l’humus da cui presero vita le imprese risorgimentali, poiché attraverso vari escamotage allegorici potevano commentare gli avvenimenti politici eludendo la censura, e potevano raggiungere attraverso le immagini anche l’ampia fascia di popolazione analfabeta. Inoltre la caricatura ha anche una funzione onirica: rielabora le esperienze vissute trasportandole in una dimensione parallela più leggera, permettendo così di ridimensionarle e analizzarle dal giusto punto di vista, ma, al contrario del sogno, agisce sotto la supervisione della coscienza, ed è perciò ancora più legata alla cultura della società di cui il caricaturista fa parte, in quanto ne traduce le aspettative e i bisogni.


La musica per l’Italia unita di Anna Alberati

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Insieme alle parole in musica di alcuni famosi libretti d’opera, diverse musiche, ovvero partiture manoscritte e a stampa piuttosto rare e spesso poco conosciute, testimoniano anche nella Biblioteca Casanatense il periodo del Risorgimento italiano e dei suoi miti. Così si snoda un piccolo viaggio attraverso una serie di arie da melodrammi, inni patriottici, cori, marce per banda, musiche e parole con cui i patrioti, i giovani patrioti musicisti e artisti, e i diversi compositori esprimevano nella musica e con la musica gli ideali, le utopie, gli ardori, le emozioni che appassionatamente e con incredibile entusiasmo essi vivevano in quel particolare momento storico, quando l’Italia ancora non c’era. Ritmata da numerosi inni e da marce festose è soprattutto, qui, la storia di Roma, che da capitale dello Stato Pontificio diventava capitale d’Italia attraverso una serie di accadimenti particolari, fra entusiasmi e sconfitte, da un papa liberale allo stesso papa all’improvviso reazionario, da una repubblica troppo bella e troppo breve a una monarchia inevitabile. Altre musiche testimoniano la vita della giovane nazione attraverso alcune composizioni di carattere celebrativo e alcune strettamente legate alla famiglia reale, da Roma capitale nel 1871 al regicidio nell’anno 1900.

Il protagonista principale, fra i compositori presenti, è il musicista romano Giovanni Sgambati (1841-1914), del quale la Biblioteca conserva un notevole fondo musicale e archivistico. Anche se l’educazione svolta in provincia con la madre inglese, l’indifferenza nei confronti del melodramma e la frequentazione di ambienti culturali stranieri, oltre al rapporto con Franz Liszt, suo maestro, lo esclusero dalla vita politica e culturale del tempo, nel 1870 la breccia di Porta Pia riuscì a ispirare in lui alcune composizioni dedicate all’evento. Inoltre, nella Roma capitale del regno d’Italia, svolse una assidua attività artistica dedicata alla musica da camera, come compositore, concertista, direttore d’orchestra, direttore artistico e didatta, sia privatamente sia all’interno di diverse istituzioni; in particolare fu attivo presso la famiglia reale, per la quale curò l’attività dei concerti al Quirinale con la sua Società del Quintetto, che poi prese il nome di Quintetto della Corte di Sua Maestà la Regina. Con la morte del Re Umberto I e la Messa di Requiem composta e poi diretta da Sgambati al Pantheon nel 1901 si chiudeva infine un secolo e, quasi del tutto, il Risorgimento d’Italia.


Un progetto per Firenze capitale: Antonio Corazzi di Barbara Mussetto

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All’interno della collezione di stampe e disegni della Biblioteca Casanatense è conservato un gruppo di disegni dell’architetto italiano Antonio Corazzi, pervenuto nell’ambito della donazione Artur Wolynski ed identificato e riordinato nel 1969 con la collaborazione del prof. Bronislaw Biliński. Attualmente conservato in 5 cartelle (20.B.II.148/1-5), il fondo ha una consistenza di 300 fogli di varie dimensioni. Antonio Corazzi (Livorno 1792 – Firenze 1877) si formò a Firenze presso l’Accademia di Belle Arti sotto la guida di professori-architetti come Gaspero Paoletti e Giuseppe Del Rosso, avviandosi all’attività professionale a partire dal 1817. Subito si presentò per lui l’occasione di un brillante percorso, quando il regno di Polonia, su iniziativa del sottosegretario di stato Stanislaw Staszic che, in seguito ad un lungo soggiorno ben conosceva l’ambiente fiorentino, chiese al granducato di Toscana l’invio in Polonia di un architetto giovane e capace. Antonio Corazzi, prescelto, giunse a Varsavia alla fine del 1810 e fino al  1830 realizzò per la città progetti monumentali di edifici pubblici con la funzione di costruttore generale del governo, affermandosi come architetto pieno di talento e di capacità realizzative. L’espressione più compiuta delle sue capacità si trova nella realizzazione del Teatro Grande di Varsavia, che lo pone tra i massimi rappresentanti del neoclassicismo europeo.

L’ultimo periodo di attività (1847-1877) coincide con il suo ritorno a Firenze, dove fu nominato professore dell’Accademia di Belle Arti e dove si dedicò alla progettazione di monumenti pubblici e di edifici di residenza privata. In particolare si segnalano i progetti per la sede del Parlamento Nazionale, in previsione dello spostamento della capitale a Firenze, il monumento a Dante in piazza Santa Croce, teatri diversi ad Alessandria d’Egitto, Copenhagen, Ravenna, Castiglion Fiorentino. I disegni conservati alla Casanatense, eseguiti per la maggior parte a matita tranne alcuni vivacemente acquarellati, sono riferiti ai numerosi progetti elaborati per edifici pubblici e privati, da realizzarsi essenzialmente a Varsavia e a Firenze, città residenziale dell’architetto.


In nome di Dio e del Popolo: la Repubblica Romana nel 1849 di Margherita Palumbo

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Dai volumi che compongono il ricchissimo fondo Editti e Bandi della Casanatense (Per.est.18) si sono scelti alcuni documenti a integrazione delle Stampe Wolynski riguardanti la Repubblica Romana proclamata nel febbraio 1849, dopo la fuga di Pio IX a Gaeta: l’assedio delle truppe francesi, la resistenza sul Gianicolo, l’assalto a Villa Spada e Villa Barberini, la morte di Luciano Manara. Nell’arco dei pochi mesi repubblicani di Roma furono dati alle stampe centinaia di decreti, proclami, editti che in nome di Dio e del Popolo dichiarano decaduto il pontefice, aprono ai cittadini i giardini del Vaticano e del Quirinale, dispongono la requisizione delle «Campane di Roma superflue, appartenenti alla nostre chiese, per farne cannoni», aboliscono il Tribunale dell’Inquisizione. Alla stampa furono affidate anche le istruzioni per la costruzione di barricate, con «terra, sassi de’ selciati rimossi, botti, mobili, vetture, tavole, travi, legna da fuoco», e sarà la Commissione delle Barricate a far affiggere, il 3 luglio del 1849, il manifesto con il quale si comunica ai romani la finale sconfitta. Pio IX fece ritorno a Roma il 12 aprile del 1850. Nei giorni successivi si susseguì la stampa di inviti sagri, con l’annuncio di cerimonie e tridui di ringraziamento per la ritrovata «calma dopo sì furibonda tempesta», e il «vedere succeduto l’ordine alla perfida anarchia». Calma e ordine ritornarono anche in chiese e conventi, mentre la Commissione di recuperamento, e restituzione delle robe, mobili, e suppellettili provvide a restituire arredi, campane, immagini sacre e libri.

Le vicende del 1849 sono ricordate anche nelle Memorie istoriche che alla Biblioteca Casanatense dedicò, nel 1884, l’ultimo prefetto domenicano, Pio Tommaso Masetti. «Venendo ora alla nostra biblioteca, proclamata la Romana Repubblica […] i P. Curatori atterriti da quanto succedeva se n’andarono fuori, o si nascosero altrove», e nel mese di maggio si optò per una prudente chiusura. La Casanatense fu riaperta nel novembre del 1849 e i bibliotecari fecero legare in un tomo di grossa mole i tanti fogli dati alle stampe tra il febbraio e il luglio di quell’anno. Al dorso del volume vergarono una croce in inchiostro, a segnalare - scrive ancora Masetti - la condanna ecclesiastica di quei giorni di «anarchia, di timori, di sopercherie repubblicane» (ms. 5068, pp. 142-143).